Su di un libro non letto

[di Umberto Eco. L'Espresso, 20 luglio 2007]

Conoscere di un libro la relazione con altri libri significa spesso saperne di più che non avendolo letto.

Ricordo (ma, come vedremo, non è detto che ricordi bene), un bellissimo articolo di Giorgio Manganelli, nel quale egli spiegava come un fine lettore possa sapere che un libro non si deve leggere anche prima di averlo aperto. Non stava parlando di quella virtù che si richiede spesso al lettore di professione (o all'amatore di gusto), di poter decidere da un incipit, da due pagine aperte a caso, dall'indice, spesso dalla bibliografia, se un libro valga o meno la pena di essere letto. Questo, direi, è solo mestiere. No, Manganelli parlava di una specie d'illuminazione, di cui evidentemente e paradossalmente si arrogava il dono.
'Come parlare di un libro senza averlo mai letto' (Excelsior) di Pierre Bayard (psicanalista e docente universitario di letteratura) non tratta di come si debba sapere se non leggere un libro, ma di come si possa tranquillamente parlare di un libro non letto, persino da professore a studente, e anche se si tratta di un libro di straordinaria importanza. Il suo calcolo è scientifico, le buone biblioteche raccolgono alcuni milioni di volumi, anche a leggerne uno al giorno ne leggeremmo solo 365 in un anno, 3600 in dieci anni, e tra i dieci e gli ottant'anni ne avremmo letti appena 25.200. Un'inezia. D'altra parte chiunque abbia avuto una buona educazione liceale sa benissimo di poter ascoltare un discorso, poniamo, su Bandello, Guicciardini, Boiardo, numerosissime tragedie di Alfieri e persino 'Le confessioni di un italiano' avendone soltanto appreso a scuola il titolo e la collocazione critica, ma senza averne mai letto una riga.
È la collocazione critica il punto cruciale per Bayard. Egli afferma senza vergogna di non aver mai letto lo 'Ulysses' di Joyce, ma di poterne parlare alludendo al fatto che è una ripresa della 'Odissea' (che egli peraltro ammette di non aver mai letto per intero), che si basa sul monologo interiore, che si svolge a Dublino in un giorno solo, eccetera. Così che scrive: "quindi mi capita di frequente, nei miei corsi, senza batter ciglio, di far spesso riferimento a Joyce". Conoscere di un libro la relazione con altri libri significa spesso saperne più che non avendolo letto.


Bayard mostra come, quando ci si pone a leggere certi libri trascurati da tempo, ci si accorge che se ne conosce benissimo il contenuto perché nel frattempo se ne erano letti altri che ne parlavano, li citavano, o si muovevano nello stesso ordine d'idee. E (così come fa alcune divertentissime analisi di vari testi letterari in cui si tratta di libri mai letti, da Musil a Graham Greene, da Valéry ad Anatole France e a David Lodge) mi fa l'onore di dedicare un intero capitolo al mio 'Il nome della rosa', dove Guglielmo da Baskerville dimostra di conoscere benissimo il contenuto del secondo libro della 'Poetica' di Aristotele, che pure egli sta prendendo in mano per la prima volta, semplicemente perché lo deduce da altre pagine aristoteliche. Vedremo poi alla fine di questa Bustina che non cito questa citazione per mera vanità.

La parte più intrigante di questo pamphlet, meno paradossale di quel che sembri, è che noi dimentichiamo una percentuale altissima anche dei libri che abbiamo letto davvero, anzi di essi ci componiamo una sorta di immagine virtuale fatta non tanto di quello che essi dicevano, bensì di ciò che ci hanno fatto passar per la mente. Pertanto se qualcuno, che non ha letto un certo libro, ce ne cita dei passi o delle situazioni inesistenti, noi siamo prontissimi a credere che il libro ne parlasse.

È che (e qui viene fuori lo psicanalista più che il docente di letteratura) Bayard non tanto è interessato a che la gente legga i libri altrui, quanto piuttosto al fatto che ogni lettura (o non-lettura, o lettura imperfetta) debba avere un aspetto creativo, e che (a dirla con parole semplici) in un libro il lettore debba metterci anzitutto del suo. Tanto da auspicare una scuola dove, siccome parlare di libri non letti è un modo per conoscere se stessi, gli studenti 'inventino' i libri che non dovranno leggere.

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Ilona Kiss


Ilona Kiss, artista ungherese.

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Scrittore? Vediamo come stai seduto

[di Sandra Petrignani. Panorama, 25 agosto 1999]

Viktor Sÿklovskij, Il mestiere dello scrittore e la sua tecnica, Liberal

Con il boom delle scuole di scrittura e il moltiplicarsi dei manuali per imparare a scrivere, è sorprendente che non fosse stata ancora tradotta quest'intelligente operina di Viktor Sÿklovskij, uscita in Urss nel 1927. Lo ha fatto adesso Pia Pera, riproponendo la penna leggera del più simpatico tra i formalisti russi, quel gruppo di geniali 'smontatori' del testo letterario che contò nelle sue fila anche Roman Jakobson, Boris Ejchenbaum e molti altri.

'Davvero non ci si potrebbe augurare un miglior maestro di scrittura' commenta Emanuele Trevi in una bella introduzione. E ha perfettamente ragione. L'autore della celebre Teoria della prosa (pubblicata nel '25) compendia in questo manualetto a uso della classe proletaria le regole d'oro per comporre articoli giornalistici e racconti originali. È un insegnamento contro la noia e i luoghi comuni, senza mai perdere di vista il fatto scivoloso che la letteratura è un'arte disordinata e anarchica, in cui le regole tecniche possono essere generalizzate solo con arbitrio.
Ma quali sono queste regole? Prima di tutto 'diventare un lettore consapevole': non è dato scrittore che non sia all'origine un lettore forte. Poi 'bisogna imparare a restare seduti a lungo'. Poi tenere diari e taccuini di appunti. Poi 'cercare una definizione esatta per ogni cosa'. Poi sbrigarsi 'a mettere il punto'. Poi 'rileggere il più spesso possibile quel che si scrive'. Elementare Watson? Indubbiamente sì, eppure in questo abc dello scrivere Sÿklovskij sa elargire, col suo celebre spirito, piccole illuminazioni utilissime. Se non a diventare scrittori, a leggere i grandi da lui analizzati: Tolstoj, Cechov, Gogol, Dostoevskij. Una lezione 'formalista', osserva Vittorio Strada nella prefazione, da parte d'un maestro 'della migliore letteratura russa degli anni 20'.

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[da Origami Tessellations]

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